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Turin Marathon, la mia Avventura mancata

L'uomo nasce per vivere nell'avventura. L'uomo primitivo aveva l'avventura, il pericolo, nella sua quotidianità. Ogni attimo era vissuto mettendo a rischio la propria sopravvivenza.
Oggi, invece, abbiamo l'ansia di vivere nella sicurezza più totale. E così finiamo per vivere vite già tracciate, come le strade ben segnate sulle quali viaggiamo, protetti nei nostri suv pesanti tonnellate (ma usati per spostare mucchi di ossa pesanti poche decine di kg) e alimentati a petrolio velenoso (per noi e per la terra), per andare fino al centro commerciale a comprare cibo già bello pronto e impacchettato nella plastica. Per evitare un piano di scale usiamo un cabina alimentata a energia carissima, dal punto di vista ambientale e morale. E potrei andare avanti all'infinito.
Ci sono uomini e donne però, che ancora oggi necessitano di avventura. E queste donne e questi uomini li trovi negli sport di resistenza. Li trovi in Tozzi che corre in salita sotto la pioggia e nel fango, li trovi in Giammi che si lancia a tutta velocità con la sua bici incurante della sicurezza (infatti spesso cade), li trovi in Simo che corre al buio totale da solo in Svezia (anche se è solo primo pomeriggio e fa un freddo cane), li trovi in Gabriel che sale e ridiscende il Monte Soglio al tramonto in solitaria, li trovi in Davide e Antonella che sfidano in bici le montagne più toste e sacre. Li trovi in Garax e le sue Ultra da brivido, in Gian e le sue maratone da record.
È più forte di noi e difficilmente si riesce a spiegare. Io, personalmente, quando corro lunghe distanze, lo faccio per perdere me stesso, in un luogo che è sia fuori dal mondo e sia ben connesso all'anima della terra. Io non sono più nulla, io sono tutto, quando corro la mia avventura.
È un po' come i giochi avventurosi che facevamo da bambini. Ecco, forse non sono mai cresciuto. Sono ancora quel bambino che giocava in cortile, che con i suoi amichetti provava ad arrampicarsi sull'albero, incuranti della resina che ci rimaneva attaccata ai capelli o delle cacche di uccelli che avevano il nido su quell'albero e ci bombardavano le magliette, le facce. E questa avventura non aveva mai fine, finché non spuntava mia madre sul balcone a urlare "Lucaaa, a tavolaaaa! È prontoooo! Lucaaa!". E lì tutto svaniva.
Anche gli sport di resistenza sono dei giochi in fondo, non rischiamo la vita (quasi) come la rischiavano i nostri antenati primitivi. E come ogni gioco, ha una fine. Oggi il ruolo di mia madre, l'ha preso il Comune di Torino, l'Allerta Meteo. Ha detto "Lucaaaa! Non si corre la Maratonaaaa, a tavolaaaa! Lucaaa!". E puoi anche provare a far finta di non aver sentito il primo Lucaaaa (come facevo io con mia madre), però poi il secondo lo senti. Il gioco per oggi è finito. E non serve arrabbiarsi, l'avventura è solo rimandata, è là fuori che aspetta.
runnerpillar.com, 24 novembre 2019

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