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Il viaggio più difficile, quello del ritorno

Ci sono esperienze che riesci a raccontare subito. Altre, invece, hanno bisogno di tempo.

Per quasi un anno non ho pubblicato una foto, non ho scritto un post, non ho raccontato il mio Tor des Géants. Non perché non ci fosse nulla da dire,anzi, ma perché non ero ancora riuscito a dare un senso a quello che era successo. Oggi, forse, ci riesco.
Lo scorso settembre sono partito per il Tor con un sogno. Chi conosce questa gara sa che non è solo una competizione: è un viaggio. Un viaggio lungo centinaia di chilometri, tra montagne immense, notti infinite, sonno che manca, emozioni che cambiano di continuo e momenti in cui scopri lati di te che nemmeno immaginavi.
Per quasi 300 chilometri quel viaggio è stato esattamente questo: mettere un piede davanti all'altro, affrontare una salita dopo l'altra, cercando di vivere ogni momento. Poi è arrivato il Cuney.
Ricordo ancora, come se fosse la notte scorsa, quell'ultima salita.
Erano circa le tre del mattino. Il Garmin segnava quasi 290 chilometri. Da ore non ragionavo più con lucidità. Ero entrato in quella condizione che chi ha affrontato gare così lunghe conosce bene: il corpo continua a muoversi, mentre la mente si restringe fino a concentrarsi su una sola cosa.
Nel mio caso era il cancello orario.
Avevo la convinzione di essere in ritardo. Forse lo ero davvero, forse no. Oggi non ha importanza. Ma in quel momento la mia mente aveva smesso di essere razionale.
Così iniziai a correre.
Una salita che, con quasi trecento chilometri nelle gambe e uno zaino sulle spalle, si trasformò in un incubo. O forse nell'ennesima allucinazione di quei giorni.
La affrontai di corsa, come forse nemmeno da riposato sarei riuscito, dando tutto quello che avevo ancora dentro. Non pensavo alla fatica, né al dolore. Esisteva solo l'idea di arrivare al rifugio.
Quando vidi le luci del Cuney pensai di aver superato anche quella difficoltà.
Invece era finita.
Il medico mi fermò.
All'inizio quasi non capii. Ero ancora immerso in quella specie di trance che il Tor riesce a creare. Continuavo a pensare al percorso, ai chilometri successivi, come se bastasse ripartire.
Poi, poco alla volta e a fatica, tornai alla realtà.
Ed è stato in quel momento che ho realizzato davvero che il mio viaggio sarebbe finito lì.
Ricordo le lacrime. Non tanto per la fatica o per il dolore fisico che ancora non era tangibile, ma perché stavo prendendo coscienza che quel sogno, preparato e immaginato per mesi, non avrebbe avuto il finale che avevo sperato.
Per molto tempo ho pensato che quello fosse stato il momento più difficile del Tor.
Oggi credo di essermi sbagliato.
Il momento più difficile è arrivato dopo.

Quando sono tornato a casa e la gara era finita per tutti, ma non per me.

Per mesi ho continuato a ripercorrere quei sentieri con la testa. Mi sono chiesto cosa avessi sbagliato e cosa avrei potuto fare diversamente anche durante la preparazione.
Oltre ai problemi fisici, ho attraversato un periodo complicato, probabilmente il più difficile da quando corro. Per molti mesi mi sono sentito completamente svuotato. Avevo perso entusiasmo, motivazione e, in parte, anche fiducia in me stesso.
La corsa, che da tempo era stata il luogo in cui ritrovavo equilibrio, improvvisamente non riusciva più a darmi le stesse sensazioni e questo influiva inevitabilmente anche nella vita di tutti i giorni.

Anche chi percorre centinaia di chilometri può, a un certo punto, ritrovarsi fermo. Non con le gambe, ma con la testa.

Oggi riesco a guardare a quel periodo con maggiore lucidità.
Nello sport si parla spesso di preparazione fisica, di alimentazione, di recupero. Molto meno di ciò che può succedere quando è la testa ad avere bisogno di tempo per ritrovare il proprio passo.
Con il tempo ho capito che anche questa esperienza, per quanto dolorosa, mi ha lasciato qualcosa.
Mi ha fatto riflettere sul significato di far parte di una squadra, come la nostra.
Spesso e correttamente, crediamo che far parte di un team possa essere utile per allenarsi insieme, condividere contenuti social, festeggiare un risultato o consolarsi dopo una gara andata male. Ma credo possa essere anche qualcosa di più.
Tutti noi, prima o poi, attraversiamo momenti difficili, nello sport come nella vita. E forse il valore di una squadra non sta nell'avere sempre la risposta giusta o nel trovare le parole perfette, ma nel creare un ambiente in cui nessuno si senta fuori posto nel dire: "In questo momento non sto bene."
A volte basta poco. Un allenamento condiviso, una chiacchierata, una presenza discreta. Non perché questo risolva i problemi, ma perché ricorda che, prima degli atleti, siamo persone.
Se oggi ho deciso di raccontare questa storia non è perché, a distanza di un anno, abbia trovato tutte le risposte, anzi, probabilmente molte domande sono ancora lì.
L'ho fatto perché credo che anche i ritiri, le fragilità e i periodi bui facciano parte del percorso di un atleta. Raccontiamo spesso i traguardi, molto meno quello che succede quando un traguardo non lo raggiungiamo. Eppure è proprio lì che, a volte, impariamo le lezioni più importanti.
Il Tor des Géants, per me, si è fermato al chilometro 300.

La gara è finita quel giorno.

Il ritorno, invece, è durato quasi un anno.

Ed è proprio durante quel ritorno che ho capito quanto tempo possa servire per ripartire e quanto valore possa avere una squadra, soprattutto quando non ci sono più pettorali e traguardi, quando la gara è finita ma il viaggio continua.

Roberto Buratto, 22 luglio 2026

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Grazie davvero
Andrea Ferrari, 22 luglio 2026

Grazie Bura! ??
ALICE LUCIANA GAMBA, 22 luglio 2026

Volevo mettere un cuore non i punti di domanda.
Luca Utzeri, 22 luglio 2026

??
Luca Utzeri, 22 luglio 2026

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