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Ciao Ivana, allora raccontaci un po': Everesting, non tutti sanno di cosa si tratta, come funziona e quando ti è venuta l'idea malsana?
L'Everesting, detto molto semplicemente, consiste nel fare sempre la stessa salita fino ad arrivare a 8.848 metri di dislivello positivo, cioè l'altezza dell'Everest.
Quindi scegli una salita, sali, scendi e poi riparti. E lo fai tante, tante volte.
Io l'ho conosciuto qualche anno fa grazie a un ragazzo che lo aveva fatto sul Musinè, in preparazione del Tor Dret. E lì mi sono detta: "Questa cosa la devo fare anch'io".
L'anno scorso ci avevo già pensato, ma una serie di imprevisti mi aveva fatto rimandare. Quest'anno, invece, ho deciso di provarci sul serio.
Nell'Everesting hiking o run puoi fare le discese con un mezzo e io ho scelto di farlo, soprattutto per non distruggermi le gambe con altrettanti chilometri di discesa. Ci sono però delle regole precise: il Garmin non si può mai fermare e non puoi dormire durante l'attività.
Quindi, per quasi 22 ore, il programma era abbastanza semplice: salire.
Quante volte hai dovuto spiegare alla gente incontrata per strada che non avevi dimenticato le chiavi di casa, ma stavi accumulando 8.848 metri di dislivello sullo stesso pezzo di salita?
In realtà poche, perché quella strada è frequentata soprattutto dalle automobili e quindi non c'era tantissima gente a piedi.
Qualcuno, soprattutto verso la fine, mi ha chiesto cosa stessi facendo e allora ho spiegato che ero lì da ore a fare su e giù dalla stessa salita per arrivare a 8.848 metri di dislivello.
Probabilmente mi hanno preso per matta. E non posso nemmeno dargli torto!
Qual è la canzone che ti ha salvato la vita e quella che, se la senti ancora una volta, rischia di farti tirare le scarpe nel Po?
Prima di partire mi sono preparata una playlist abbastanza varia. Ci ho messo dentro un po' di tutto: canzoni stupide, canzoni che mi piacciono e canzoni che in qualche modo accompagnano i miei pensieri.
Sapevo che in quasi 22 ore avrei avuto mille stati d'animo diversi.
All'inizio ero quasi sempre con qualcuno,quindi non avevo neanche bisogno della musica. Anzi, mi è servito stare un po' concentrata su come stavo e sulle sensazioni che avevo.
Durante la notte, invece, quando sono rimasta sola, la musica mi ha fatto compagnia soprattutto quando è arrivato il sonno.
E ce n'è una che mi dà sempre una carica pazzesca: "Livin' on a Prayer". Quella funziona sempre.
Per quella che non voglio più sentire... diciamo che preferisco non fare nomi, così non litigo con nessuno!
A un certo punto dell'impresa, il cibo tecnico cede il passo alla disperazione. Qual è stato lo "snack spazzatura" che ti ha restituito il buonumore?
Io non ho preso neanche un gel!
Era già abbastanza dura così, mi sembrava davvero inutile aggiungere anche la tortura dei gel.
Ho mangiato cose molto semplici: panini, succhi di frutta, parmigiano, bresaola. A metà ho mangiato anche del riso bianco, che in quel momento mi sembrava una roba fantastica.
Ma il vero salvatore è stato il Ritter Sport rum e uvetta. Quello mi ha rimesso al mondo.
E poi alle 5 del mattino è arrivato un mio amico con il caffè e il tè freddo. Ecco, lì ho pensato che forse potevo anche farcela.
Hai mai provato a fare i calcoli matematici per sapere quanto ti mancava, per poi renderti conto che il tuo cervello aveva totalmente scioperato?
Assolutamente sì!
A un certo punto anche fare una sottrazione era diventato complicato.
Guardavo i metri che mancavano, cercavo di capire quante salite dovevo ancora fare e dopo un po' ho detto: "Basta, non faccio più calcoli. Continuo a salire e prima o poi finirà".
Secondo me a un certo punto il cervello entra proprio in modalità risparmio energetico.
Non devi più pensare a quanto manca. Devi pensare solo alla salita che hai davanti.
Chi ti ha fatto da supporto merita una medaglia. Come sei stata supportata?
Senza di loro sarebbe stato davvero impossibile.
Alfonso, il mio allenatore, mi ha seguito praticamente per quasi tutte le 22 ore, sia a piedi sia in macchina.
Poi c'era Andrea, con cui avevo già provato a fare l'Everesting a luglio. Mi ha supportato e soprattutto sopportato in tantissime discese e a lui devo anche un arrivo spettacolare, da vero atleta!
Poi Mimmo e Marco, che mi hanno dato una mano nelle discese in macchina, e Mario, che mi ha fatto da pacer in alcune salite.
E poi c'è tutto quello che magari da fuori non si vede: qualcuno che ti porta il caffè, qualcuno che ti recupera dei vestiti asciutti perché scopri di averne portati troppo pochi, qualcuno che ti ricorda di mangiare o che semplicemente ti chiede come stai.
E soprattutto c'è quello che ti dice: "Dai, manca poco", quando tu sai benissimo che manca ancora un'eternità!
Quindi sì, una medaglia gliela darei. Anzi, forse direttamente una coppa. E anche un grazie immenso. Loro non lo sanno ma mi hanno permesso di realizzare un sogno.
Se le tue scarpe potessero parlare dopo tutti quei chilometri in pendenza, quale insulto ti avrebbero lanciato a fine giornata? Che scarpe erano? Sempre le stesse per tutta l'impresa?
Sono partita con delle Brooks Ghost, visto che il percorso era completamente asfaltato.
Poi è arrivato il temporale e a quel punto ho cambiato e sono passata a delle scarpe da trail.
In quale preciso istante hai maledetto il giorno in cui hai deciso di provarci?
In realtà sono stati due.
Il primo era abbastanza prevedibile. In tutte le gare lunghe io ho un momento di crisi intorno ai 20-25 chilometri. Quindi, puntuale, alla quinta salita è arrivato il momento in cui ho pensato: "Ma perché lo sto facendo?"
La seconda crisi è arrivata alla diciottesima salita. Quella è stata forse ancora più difficile, perché ero abbastanza vicina alla fine, ma non abbastanza da poter dire "ormai ci sono".
Lì sono state fondamentali le persone che avevo intorno, ma anche quelle che magari mi hanno semplicemente mandato un messaggio per incoraggiarmi.
Alla fine credo che sia questo il trucco: non pensare a quanto manca. Devi pensare solo alla salita che hai davanti.
È stato più difficile affrontare l'ultima salita verso Superga o scendere dal letto la mattina dopo?
Sicuramente l'ultima salita!
Eravamo ormai alla fine e abbiamo tirato tantissimo per riuscire a stare sotto le 22 ore. Quindi negli ultimi metri abbiamo dato veramente tutto quello che avevamo.
Il giorno dopo, invece, sorprendentemente non è stato così terribile.
Secondo me, mi ha aiutato molto il fatto di non aver fatto le discese a piedi. Le gambe erano stanche, ovviamente, ma nelle salite mi sentivo abbastanza allenata.
Ad agosto, tra camminate e corse, avevo fatto circa 300 chilometri in montagna, quindi un po' di lavoro l'avevo fatto!
Se adesso ti proponessi di rifarlo domani mattina, qual è la prima cosa che mi lanceresti addosso?
Ahahah! Ti direi che le terme non sono poi così male!
Scherzi a parte, oggi ti direi assolutamente di no.
Però conoscendomi, tra qualche mese potrei iniziare a dimenticare quanto è stato difficile e pensare: "Beh... però...".
Ed è proprio così che nascono le idee malsane!
Tutti i Runnerpillars ti seguivano con preoccupazione, il pensiero che fossi matta ha lasciato il passo alla certezza. Quanto ci si sente soli in un'avventura simile? O quanto ti sei sentita sostenuta?
In realtà ci sono stati sicuramente dei momenti in cui mi sono sentita sola. Alla fine sei tu che devi continuare a mettere un piede davanti all'altro, soprattutto quando sei stanca e anche la testa comincia a fare fatica.
Però la solitudine è una cosa che, tutto sommato, io apprezzo. Ho imparato a starci bene e forse è proprio questo che mi aiuta a non mollare.
Ma non sono mai stata veramente sola.
Sapere che c'erano persone che mi stavano seguendo, che facevano il tifo, che mi chiedevano come stavo o che mi mandavano anche solo un messaggio mi ha dato tantissimo.
Alla fine l'Everesting lo fai con le tue gambe, questo è vero. Però non lo fai necessariamente da sola.
E credo che questa sia una delle cose più belle che mi porterò dietro: quando hai le persone giuste intorno, anche un'idea che sembra completamente folle può diventare possibile.
Grazie Ivana per averci mostrato che persino il colle di Superga può diventare un Everest da conquistare.
Nella vita di tutti i giorni ci troviamo spesso di fronte a sfide che appaiono insormontabili proprio dietro l'angolo, e la corsa è può essere lo strumento che ci prepara a superarle.
Alla prossima sfida!
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