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Oggi è il giorno ideale per correre. Prendo le scarpe nuove, sistemo la fascia cardio e metto la divisa attillata sul torace da poco depilato, livello eterosessualità ai minimi storici.
Decido se prendere qualche gel, ma non voglio portarmi dietro l'acqua e dove sono diretto non ci sono fontane, perciò ne faccio a meno.
Oggi allenamento progressivo per un totale di 14km con 3km per ogni tempo di passo e gli ultimi 2 di recupero con qualche allungo finale, non è tra i miei preferiti e peraltro le mie cuffie non funzionano, quindi niente musica. Fantastico.
Parto da Ceres in direzione Chialamberto e proseguo sul percorso sterrato come al solito. Il battito sale, il respiro aumenta prima in ampiezza e poi in frequenza; il sudore non lo sento molto, l'umidità non è alta e la temperatura è ottima per essere inizio settembre. Sono le 18 e nel giro di un'ora e un quarto dovrei aver finito. Non dovrebbe fare buio così presto stasera.
Nel giro di poco cominciano le disavventure: dei moscerini mi si infilano negli occhi, nel naso, in bocca e nell'orecchio: "Volete entrare in qualche altro orifizio, già che ci siete?!" E poi impreco in modo da rendere degna la mia discendenza dal Veneto per un quarto. Come se non bastasse un uccello riesce a beccarmi con le sue deiezioni dietro la schiena mentre ero di corsa, probabilmente lo ha addestrato Mario Roggero.
Di buon auspicio, direi, e intanto prendo una pietra dritta sull'alluce che mi fa fare un salto come Larissa Iapichino.
Visto che la sfiga sembra non aver fine e la noia aumenta durante i chilometri corsi senza ascoltare i Red Hot, decido - poco saggiamente - di cambiare itinerario e salire al santuario di Santa Cristina.
Prendo la strada più ripida e il passo si fa immediatamente pesante, la fatica aumenta, ansimo, il tempo diastolico diminuisce moltissimo e la frequenza cardiaca è vicina a una fibrillazione.
Fortunatamente i globuli rossi hanno un contatto prolungato nel microcircolo polmonare per poter scambiare i gas e trattenere l'ossigeno, sennò sarei già ipossico e cianotico. Non connetto più, il mio corpo calloso non lascia più comunicare gli emisferi e non capisco più nulla, tanto che non riesco a calcolare quanto fa 15+18.
Non c'è riposo, non c'è recupero, si corre in salita fino a quando il passo si fa talmente lento da sembrar fermi.
Il Garmin mi abbandona a metà strada e mi viene in mente una bestemmia illuminista come "Dio orologiaio". Non so più quanto è il passo, la cadenza o il mio battito, devo vivere solo di sensazioni.
Le gambe sono dei pezzi di marmo, sono ancora paonazzo, ma non mollo: non ci si ferma, manca poco alla vetta.
Arrivo con un polmone in meno, neanche avessi avuto una tromboembolia massiva, e mentre faccio una foto vedo che sono già le 19:30 e il sole è già tramontato. Penso: "Ziopera, ora fa buio e sono ancora ad un'ora da casa".
Cerco di scendere più velocemente che posso, ricordando Paolino Ferrero al trail del Diavolo, cercando di evitare di scivolare o inciampare nel terreno che sul calare della sera diventa inevitabilmente più sdrucciolevole.
Sono quasi in trance: mi sembra di sfiorare il terreno e pattinare lungo i tornanti del sentiero montano, quasi da poter lasciar tutto per un attimo, staccarmi dal suolo e volare fatto di materia eterea, ma poi succede quello che non avrei mai sperato: inciampo e cado. Comincio a rotolare in modo scomposto, come quando fai la ruota con 2g/dl di etanolo nelle emazie. La caduta non sembra rallentare e mi passa velocemente un pensiero, nell'emozione di terrore che provo: "È finita, addio mondo".
Chiudo gli occhi e continuo a cadere, ma presto percepisco dei rami e delle pietre sulla mia schiena e mi pare di fermarmi.
Vedo una luce particolare aprendo gli occhi e non so se aver più paura che sia l'apparizione di Nostro Signore o un distacco di retina.
Qualche secondo dopo noto che il movimento della luce è una torcia rivolta verso di me e un signore sulla trentina mi si avvicina e domanda: "Tutto bene figliolo? Ti ho visto rotolare dal dirupo e temevo di non trovarti vivo", nel mentre mi riprendo e metto a fuoco l'individuo: un uomo alto, con una folta barba nera e due occhi espressivi e incavati che non mi rendono sereno, poi pare che sulla testa abbia una kippah, ma a veder meglio capisco che è solamente Calvo, come il mio professore di neurologia.
"Tutto bene, grazie. Chi sei?"
"Mi chiamo Elia e vengo da Dronero, non so se la conosci"
"Sì, conosco una persona che lavora lì"
"Come si chiama? Potrei sapere chi è"
"Lascia perdere. Io sono framelli" non so perché diamine mi sia presentato con il mio nickname di whatsapp, però, inaspettato, ascolto dall'altra parte: "So chi sei, ti seguo su Strava" e allora rispondo con una parola molto cara a Joh Biden: "What?".
Dopo essermi un attimo assentato con il cervello, non avendo alcuna idea di uno che mi seguisse come lui, continuo: "Che ci facevi qui a quest'ora?"
"Potrei chiedere lo stesso a te. Stavo rientrando dalla mia passeggiata quando ho sentito un tonfo e ho visto un coglione che rotolava giù dalla montagna"
"Oh calmino eh, coglione lo dici...beh in effetti, comunque non ti devi permettere"
Durante la conversazione mi reggo in piedi e mi sento da dio, non sono stanco e ho tutti i recettori adrenergici saturi. Potrei tranquillamente essermi rotto qualcosa e non sentire nulla. Toccandomi le tasche sento di non aver più il telefono. "Mannaggia, dove minchia è il telefono?!"
"Ehi, tieni questo" dice Elia porgendomi la torcia "non ne ho bisogno e credo serva più a te".
"Credo di sì" rispondo e penso che con quella potrei cercare il telefono che chissà che fine avrà fatto. Aggiungo: "Sai se per tornare a Ceres è giusto andare per di qua?"
"Sì, prosegui per questa direzione e poi al bivio che ritrovi gira a sinistra"
Ascolto le parole e percorro con lo sguardo il sentiero illuminato dalla luce della torcia e, mentre mi giro verso l'uomo per ringraziarlo, noto che è sparito. Lo chiamo per nome e mi giro, penso ad uno scherzo ma dell'uomo non c'è nemmeno l'ombra. Poi sorprendentemente scopro che la torcia in realtà è il mio telefono, che pertanto non avevo perso, e lo stato mentale mi si annebbia ancor di più.
Deciso a rientrare, faccio più attenzione a dove metto i piedi e credo che nel giro di 20 minuti sarò alla macchina. Continuo per il sentiero quando improvvisamente sento ululare da una posizione spaventosamente vicina, non come quando diciamo "Auu" tra amici mentre parliamo di qualche bella topa, e mi si gela il sangue. La peluria è tutta orripilata, le pupille completamente in midriasi, ho le palpitazioni e non so se rimanere impalato o ricominciare a correre, rischiando una nuova caduta.
Fortunatamente non sento altri rumori e riprendo il cammino con il cuore in gola.
Qualche minuto più tardi sono finalmente giù e ritorno al catorcio con cui ero arrivato.
Accendo il motore e sento un lamento infernale che nemmeno Dante nel girone dei violenti con Filippo Argenti aveva sentito, imbocco la prima e parto per tornare a casa. È buio e chissà se qualcuno si sarà preoccupato di non vedermi rientrare prima.
Allora entro in casa e mio fratello mi fa: "Sei già qui?" Non notando che ero via già da 3 ore e che avevo i vestiti tutti strappati. Ah che bella accoglienza.
Poi d'un tratto la sveglia suona, gli uccelli cantano, sembra primavera come nel brano Mockingbird di Eminem e realizzo che era stato solo un sogno, molto lucido e infine penso: "Certo che devo smetterla di esagerare col bere ai mercolegin".
Francesco Melli, RP dal 2025.
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