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Correre significa trascendere

Ho sempre faticato a comprendere coloro che, per allargare gli orizzonti dell'animo, si sobbarcano viaggi in luoghi esotici o ritiri spirituali, che costano pure parecchio, e spesso consistono nel solo sballarsi (li conosco bene). Fanno venire in mente quella canzone degli Alabama 3: "Non c'è niente di peggio di un idiota sdraiato in qualche spiaggia del terzo mondo, in pantaloncini psichedelici, che fuma erba e finge di avere un'espansione di coscienza. Se voglio un'espansione di coscienza, vado al tabernacolo qui vicino, e canto". Oppure vado alla pista ciclabile di San Maurizio o sui sentieri delle Valli di Lanzo, e corro.
Fino a un anno fa ero abituato a correre la distanza di una Maratona una volta al mese, a correre da casa mia a Lanzo e tornare indietro, a correre 50 km in un anello sotto casa come un criceto. E alle persone che mi chiedevano perché lo facessi rispondevo "Ascolto il mio cuore". Che non sta solo a significare "Faccio un po' il cazzo che voglio" e non vuol per forza dire qualcosa di mistico (anche se per me la corsa di resistenza è soprattutto qualcosa di mistico - la ricerca di prestazioni non mi compete, perché faccio cagare - ) ma significa anche qualcosa di fisico, muscolare. Il cuore è il nostro muscolo che non si ferma mai. Cioè, quando lo fa, è quasi sempre in maniera definitiva. Altrimenti non smette mai. Anche quando siamo tristi, annoiati o stiamo dormendo, lui è lì che batte, incessantemente. Ed era quello il mio segreto per correre spesso e tanto: ascoltare il mio cuore. Perché se ascolti la mente o il corpo, la mente prima o poi ti dirà che non ce la farai ad andare oltre, il corpo ti dirà che è stanco e che vuole fermarsi. Il cuore no. Il cuore è lì a dire agli altri due che lui non molla, non si ferma, che ce la farà sempre.
Sono passati esattamente 274 giorni dall'ultima volta che ho corso una Mezza Maratona. L'avevo fatto per accompagnare Fabio nel suo tentativo di fare il record sulla distanza (riuscito). Per me allora una Mezza era ordinaria amministrazione (ne ho corse un paio con il gesso al braccio per intenderci).
Oggi, dopo tanto tempo e tante cose cambiate in me e fuori di me, l'ho corsa di nuovo. E non riuscirei a descrivere la fatica e la gioia che ho provato nel tornare a correre quei cazzo di 21,097 km (lenti lenti). E io so che ce l'ho fatta per un semplice motivo. Non ho dato ascolto alla mia tibia mezza distrutta o alla mia mente che mi ricordava di tornare un poco alla volta alla corsa, ho semplicemente ascoltato il mio cuore. Che ad ogni battito ci ricorda solo una cosa: io non mi fermo, tu non fermarti.
Anche questo è Runnerpillar.

Nella foto il letto del fiume sardo dove ho corso.
Luca Utzeri, 12 settembre 2021

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