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La Primiero Dolomiti Marathon - Parte 2

- "26 chilometri sono circa 40000 passi. Li hai già fatti tante altre volte Fabio, che problema c'è?"
- "Sì, voce che risuona dentro di me e con cui sto parlando in questo momento in cui manca un'ora alla partenza, li faccio, è vero, ma di solito non in un giorno! E quando li faccio in un giorno, di solito sono ben spalmati durante la giornata. Con rilassanti pause pranzo e gradevoli momenti di relax sdraiati sull'erba. Dimmi, saggia voce interna, ci saranno pause? Potrò semplicemente sdraiarmi quando non ne avrò più voglia? A che gusto saranno i panini?"
- "Non ci saranno panini."
- "..."
- "Cioè, ci saranno sì, ma dopo la gara. Dopo tutto questo. Consideralo un premio finale. Il tuo Sacro Graal."
- "Ok, voce interna. Mi sembri autorevole e capisco che mi conosci bene. Lo farò. Andrò avanti, perché alla fine potrò riposarmi. E mangiare. Hai promesso, eh?"
- "Sì sì, fidati!"
----------------------------------------
Manca un'ora alla partenza, dicevamo. Devo fare 26km entro 5 ore. Non so come sarò dall'altra parte di tutto questo lungo percorso. C'è entusiasmo attorno a me. Gente che sgambetta per scaldarsi al tepore di questo sole mattiniero in una cornice stupenda di montagna. Io provo a fare meno passi possibile, li devo dosare, ché me li dovrò giocare una volta che lo starter decreterà l'inizio della nostra gara. Metterò tutto sul tavolo e andrà come deve andare. Devo dire che questo entusiasmo ci sta contagiando tutti però. L'aria è frizzante, siamo immersi dalla natura. E' un bel mattino di inizio Luglio. E' bello essere qui, ora.

Coi miei companeros si stabiliscono tattiche e strategie. "Massì, sicuramente almeno per i primi km siamo insieme! Corricchiamo in discesa, camminiamo veloce in salita, sui piani saràl'ispirazione del momento a decidere." Ok, penso, con un'inscalfibile convinzione che in realtà ci perderemo da subito, agevolata dal fatto che io considero di camminare in discesa, in salita e anche in piano.
Conto alla rovescia, e viene dato lo start, e in un mare di voci esultanti e colori tecnici ci perdiamo da subito. Nella prima discesina tutti corrono; io mi metto sulla destra e inizio la mia marcia a cuor leggero. Questa è la mia vita ora, penso solennemente (beh, per le prossime 4-5 ore).

Provo ad ascoltare la radio con le cuffiette ma è un'inutile e fastidiosa distrazione. Me ne libero dopo pochi minuti e mi circondo di tutti i suoni attorno. I passi ritmici delle scarpe sulle foglie e lo sterrato. Un gruppetto poco più avanti parla già delle prossime gare che faranno. Gli uccelli volano di fronda in fronda e cinguettano. Le cascatelle sopra di noi rinfrescano le rocce. Una marmotta lì vicino ci guarda perplessa, o forse invidiosa. O forse è solo un effetto ottico.

Un'altra discesa, e di nuovo tutti corrono attorno, e di nuovo mi voglio tenere. Poi a un certo punto, approfittando della mia perenne distrazione, le mie gambe iniziano a corricchiare, poi a correre. Ok dai, corriamo anche noi. Vediamo se al fondo c'è davvero l'Eldorado. Per adesso (passati 4-5km), c'è solo il primo tavolo del ristoro.

Mi bevo i miei buoni sali e, poco dopo, memore della mia esperienza di qualche mese prima alla Maremontana, ricca di crampi traditori, inizio ad attingere dalla mia borraccia di potassio e magnesio. Mi sento bene. Fiato? Check. Gambe? Check. Zaino? Avrei potuto fissarlo meglio dato che balla il cha-cha-cha ad ogni passo attorno al mio collo ma, tutto sommato, check. E allora di nulla più c'è bisogno.
Una signora di queste parti mi racconta che queste gare se le fa tutte. "Tanto giovanotto, io corro sempre su e giù, tutti i giorni." Avrà sui 65 anni, e polpacci di tutto rispetto. Complimenti, signora. Raggiungo un altro gruppetto di 2-3 persone: "Eh, oggi è proprio una bella giornata eh? Senti che aria! L'ideale per le gare." Dice uno di questi, poco più giovane della signora di prima. La sua improvvisata platea sbuffa arrancando in salita, mentre al contempo pensa che è proprio vero, e sorride. Le salite si susseguono, ora più ripide. Innesto mentalmente una marcia corta virtuale e gambe in spalla. Sbuffo anche io. Sorrido anche io.

Ormai il mio corpo va da solo, mentre la mia mente è distratta da tutti gli stimoli sensoriali esterni. Immagini e suoni coprono la fatica. Ogni tanto guardo l'orologio, ma distanza e tempo sono relativi. Si va avanti, finché non arriveremo alla terra promessa.
E si arriva al secondo ristoro. Stavolta mangio una banana, ancora un po' di potassio e magnesio dalla borraccia. Le salite stanno per finire, come promesso dalla planimetria e dai sempre ottimisti volontari lungo il percorso (benché a giudicare dai loro commenti e incitamenti, saranno 10km che "dai che sono finite!"). Siamo quasi a metà gara. Dopo l'ultimo strappo usciamo dalle fronde ombrose e arriviamo finalmente, dal punto più altro del tracciato, a godere della bellissima vista del lago di Primiero. Sulla sua destra, un lunghissimo e ininterrotto serpentone colorato di schiene, gambe e scarpe lo percorre per tutta la sua estensione, perdendosi fino oltre l'orizzonte. Una scena da cartolina. Da cartolina di trail. Solo nei migliori negozi.

Il lago ristora come se ci stessimo facendo il bagno. La brezza ci regala un po' di sollievo dal sole che ora inizia a scaldare di più. Siamo qua da due ore e qualcosa, ormai. Sembrano di più e di meno allo stesso momento. I cartelli dei chilometri mancanti continuano a scriverci un lungo conto alla rovescia: 14, 13, 12... L'organizzazione di questa gara è la migliore che abbia mai visto, tra l'altro. Già detto dei tantissimi volontari sorridenti, ma anche i sentieri sono pulitissimi, i cartelli sono tutti in legno con il logo della gara, i bicchieri si buttano negli appositi contenitori, anche loro in legno (i contenitori, non i bicchieri eh, ora non esageriamo!).

Al km18 c'è un tratto pianeggiante aperto con una bellissima area di ristoro, fornita manco fosse un autogrill. Tavoli lunghi sotto gazebo giganti, altoparlanti che sparano musica allegra giù per la vallata, che coprono battute degli astanti in dialetto e relative risate. "Che dici, Fabio, non è male sto posto! Ci fermiamo qui?" mi fanno le mie gambe. "Non ci provate! - rispondo mentalmente alle mie gambe - che poi lo sapete che rischiate di convincermi!". Ci saranno una trentina di atleti che mangiano e bevono tipo sagra di paese. Una ragazza con la quale ho percorso gli ultimi km richiama tutti all'ordine: "Dai, guardate che xè un ristoro, no xè un buffet! Andiamo!" Risate. Si va. È l'ultimo tratto.

Si scende ora, tra sentierini molto ripidi, moscerini molto curiosi, mulattiere e rari tratti di collegamento in asfalto. Laggiù in fondo si vede la nostra meta, Fiera di Primiero. Quasi si può sentire lo speaker che annuncia gli arrivi. Le mie gambe iniziano a darmi le prime preavvisaglie di crampi, attorno al 20km. Mi congratulo mentalmente con loro: di solito queste avvisaglie me le danno qualche chilometro prima. Vi meritate dell'altro potassio e magnesio, e rilancio con una barretta di amminoacidi ramificati. Insomma, quello che volete ma non mi lasciate qua, eh!

Il conto alla rovescia sembra rallentare negli ultimi chilometri, anche se in realtà sto accelerando (per quanto mi è possibile) verso il Portale della Felicità, rappresentato per l'occasione da un arco (ovviamente in legno) con la scritta traguardo. Ormai siamo nel tratto finale di asfalto. Ho male a: collo, spalle, schiena, quadricipiti e piedi, manca qualcosa? I polpacci stanno congiurando, lo sento, per regalarmi una doppia fitta in contemporanea. Ma nulla importa ormai. Nulla importa, ora che il Portale prende forma e assume sostanza. Le barriere con gli sponsor, e la gente assiepata dietro. "Dai che ce l'hai fatta! Vai! Bravo!" Saluto, ringrazio, forse anche stringo mani e bacio bambini. Più probabilmente invece sorrido solo, a tutti indistintamente.

Il Portale diventa grande abbastanza perché io possa passarci attraverso e vedere il tempo, in questo momento di 3 ore e 49. È lo scatto finale (quel che si può). L'arrivo alla pedana. Per un secondo è il mio momento. Esulto. Ce l'ho fatta. "Complimenti!" Mi inchino e prendo la mia medaglia (di legno, ça va sans dire). Giro l'angolo e mi siedo, appoggiato a un muretto, accanto a dei bambini che giocano rincorrendosi. Scrivo ai miei compagni che sono arrivato, chiedo dove sono, e ricevo in cambio (platoniche?) dichiarazioni di amore e promesse di viveri. Bene, tra un minuto verifico la disponibilità delle gambe, mi alzo e vado a raggiungerli. Ma ora mi guardo ancora intorno, sempre seduto là. Respiro ancora questa atmosfera da festa pagana estemporanea. Mi guardo intorno e penso che devo essere pazzo, in fondo, per fare queste gare senza allenarmi come si deve. Mi guardo intorno e penso che va bene così.

Leggi la parte 1

Fabio Tatti, 02 agosto 2018

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Fabio sei un grande!
gianmarco bardini, 2 agosto 2018

Sei un amore!
Luca Utzeri, 2 agosto 2018

Sei un eroe!
Andrea Ippolito, 2 agosto 2018

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